Diego Dutto, duttile creativo.


La necessaria risposta dell’arte alle manipolazioni televisive. Da NoEmi a SiEmi.




Ci sono alcuni lavori che sono più necessari di altri.  Mentre sulla pari dignità siamo forse tutti d’accordo,  sulla pari preziosità molti di noi hanno qualcosa da dire,  laicamente e

fuori dal coro.  Diego Dutto è un artista  torinese e questo aiuta a  capire che  si  possono avere visioni intelligenti anche  solo respirando la  storia di  migrazioni di anime verso

scatole  di  metallo  alimentate a benzina.  Il passaggio da una vita super ad una vita normale  può  segnare animi sensibili  e occhi attenti,  fornendo il  carburante necessario a

viaggiare  nel tempo.  Può succedere,  e le reazioni possono variare a  seconda dei soggetti.   Quelle che  le  sue sculture  raccontano  sono metamorfosi  di corpi  verso forme

meccatroniche e industriali figlie del design,  in apparenza,  e originate da immaginari  filmici che hanno il sapore di Minority  Report e altre  amenità del futuro presente.  A ben

guardare,  usando quindi i sensi e non gli occhi,  le sculture di  Dutto sono invece  la rappresentazione  coltissima  e metaforica  di  quel che è  stato di  noi,  consumatori di TV e

bugie in video tape,  come si diceva un tempo.   È quasi un  secolo ormai  che letteratura  e  poesia gridano  alla spersonalizzazione  degli Uomini;  il fatto che ci  considerino  dei

numeri con  i quali contare  le confezioni  di sofficini da  produrre è cosa nota.  Diverso è  possedere  un reperto  che ce lo ricordi sempre, che non si possa spegnere,  che non

possa  essere  censurato dai  venditori di camorra e compleanni.  Il cuore si ferma, la testa cammina.  Le  sculture di Dutto sono figlie dell’arte di indagare la realtà e riportarla

alla possibilità di toccarla, viverla in tutto il suo coraggioso cinismo e senza veli di ipocrisia intellettuale.  Dutto riporta cuori e animali a quello che sono nella concezione di certa

cultura imperante;  oggetti  degni di essere guardati  solo se rombanti e  ben disegnati,  raffinati nella forma  ed espressivi nel  colore, cool,  sinuosi, imprendibili.  Scrive Viviana

Siviero di questi  magnifici esemplari: “impiegando materiali  e  finiture  tipiche  delle  carrozzerie  automobilistiche  e gettando  le basi  per una  nuova zoologia  post-moderna e

post-industriale”.  In questa sintesi  c’è tutta la cattiveria di quest’arte graffiante e sottile.  Non siamo macchine, non è questo il punto della  ricerca.  Però non  distinguiamo più

tra etica ed estetica;  se vediamo un TG la guerra ci sembra un film,  invece i bambini muoiono davvero.  Non è un problema nostro?  Forse, e certamente  non  possiamo  fare

niente. Tranne che riconquistare la consapevolezza di  essere uomini e della materia  di cui siamo fatti, con tutte le implicazioni che questo porta e comporta.  Altrimenti  siamo

solo carrozzeria.  Bella finché si vuole, in alcuni casi, ma destinata ad un’asfissiante  e idiota morte in vetrina.  Una vetrina ormai  quotidiana, una berlina  internazionale quella a

cui veniamo sottoposti, governati come siamo da scimmie urlatrici ed urlanti,  uomini senza  cultura che  disprezzano la crescita degli  altri  perché non hanno saputo fare altro

che restare dei nani, nella vita. Allora l’arte diventa Conoscenza, cultura, coscienza del tempo e dei tempi. Valori e lavori si contaminano per ridarci respiro e tornano ad essere

specchio del proprio vivere.  Quello che non abbiamo visto in  Biennale nel 2009,  e che avremmo voluto e potuto vedere nel Padiglione Italiano.  [...] L’arte,  quando  indaga con serietà e rigore, può spiegarci le ragioni dell’intelligenza e l’intelligenza, dalla Bibbia in avanti, è il primo valore dell’Uomo.  In questo senso la bellezza salverà il mondo. La bellezza di sapere,  esserci,  capire  e  sognare  senza mediazioni  occulte  e  interessate,  senza personalismi  e  individualismi odiosi e dannosi,  per il Paese  e  per se stessi.  Guardare un’opera di nuova generazione può salvare dall’oblio,  averla davanti senza  telecomando  può allargare le  visioni: una visione su  tela è più preziosa  di una televisione,  questo  è  certo, e chi ricerca evoluzione  lo sa, non teme  i pareri  discordanti anzi li cerca e li ricerca, se  ne nutre e nutre il proprio equilibrio, nutre la propria equidistanza dalle cose per guardare al mondo nella sua interezza, rifiutando di crescere secondo Regione per crescere secondo ragione.




Francesco Cascino

 
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